Tre.

L'affermazione della civilt urbana.


16. Nascita e sviluppo del comune.

   Da: R. S. Lopez, La nascita dell'Europa, Einaudi, Torino, 1966

 Con una vivace e serrata trattazione lo storico genovese Roberto
Sabatino Lopez ripercorre in questo brano l'evoluzione politica
del comune italiano, dal suo formarsi come associazione privata
fino alle lotte di fazione ed alle guerre di conquista, fenomeni
che si mimetizzarono dietro i vessilli dei guelfi e dei
ghibellini.


   La data di nascita dei primi comuni  generalmente sconosciuta:
prima che ci si imbatta in un documento che citi il termine
tecnico comune, una comunit autonoma di fatto ha gi funzionato
per qualche tempo. Pu anche non esserci una vera data di nascita:
il comune viene su inosservato quando un gruppo di cittadini
influenti, abituati da tempo ad assistere e consigliare il signore
del luogo, cominciano a fare da s.
   Pi spesso, i comuni pi antichi nascono sovversivi. Alcuni
cittadini fanno lega per promuovere certi loro interessi, con
pressioni politiche e, occorrendo, con la violenza; e giurano di
sostenersi l'un l'altro, di osservare regole da loro adottate, di
obbedire capi da loro scelti. Di quando in quando, termini come
congiura, cospirazione, e anche comune, fanno capolino nei
documenti fin dal secolo decimo; ma queste congiure precoci
vengono poi represse, sbandate, o assorbite in associazioni pi
vaste. Per trasformarsi in un comune vero e proprio la coniuratio
di una minoranza, con scopi limitati e per una durata limitata,
deve allargarsi e stabilizzarsi, ottenendo un giuramento di
fedelt da tutti gli abitanti della citt e dei dintorni e
incaricandosi di tutte le funzioni ordinarie di governo. A questo,
anche nelle citt pi forti e pi sveglie dell'alta Italia, non si
arriver prima degli ultimi anni del secolo undicesimo.
   E' naturale che nei comuni rivoluzionari le funzioni di comando
tocchino da principio ai cospiratori pi nobili, ricchi e
potenti. Dato che l'economia commerciale non ha ancora preso il
suo pieno slancio, si tratta dunque soprattutto di uomini della
nobilt feudale minore, che possiede terre nel suburbio e dentro
le mura, ne investe i redditi nel commercio e nell'artigianato, e
vive abitualmente in citt. In questo senso soltanto si pu
parlare di origine aristocratica dei comuni. Fra i congiurati,
infatti, si distinguono cavalieri e fanti, o maggiori, mediocri e
minori, ma non esistono disparit insormontabili. Ognuno
contribuisce alla causa comune come pu, nella misura in cui pu.
Il suo posto nell'associazione non dipende da come  nato ma da
quello che vale; chi sa fabbricare spade non  molto meno utile di
chi sa adoperarle.
   Con l'andar del tempo non occorreranno pi rivoluzioni perch
una citt ottenga l'autonomia. Anche fuori d'Italia, il fatto che
i cittadini vogliano avere le loro libert finisce col sembrare
ovvio. Re e vassalli includono automaticamente una certa
franchigia tra le facilitazioni offerte a chi voglia stabilirsi in
un centro di nuova fondazione, che si spera possa divenire una
citt. [...] Tuttavia, queste libert spontaneamente offerte dai
sovrani sono molto minori di quelle strappate con la forza da
comuni rivoluzionari.
   Quale che sia la sua origine, il comune non perde del tutto il
suo carattere volontario e privato. Pu combattere vescovi-conti,
sovrani, pu esigere franchigie sempre pi estese o addirittura
l'indipendenza totale, senza con questo contestare la sovranit
teorica delle autorit preesistenti. Spetta a queste autorit di
provvedere ai compiti supremi assegnati allo Stato dalle dottrine
politiche del tempo: la Giustizia, la Pace, la Fede, con la
lettera maiuscola, sono di competenza del papa e dell'imperatore
(o del re). L'amministrazione comunale non ha da occuparsi di
giustizia, pace e fede se non in quanto servano a proteggere
interessi specifici della comunit. [...].
   Gli organi del governo comunale sono i medesimi che si trovano
negli Stati maggiori: assemblee e consigli legislativi, potere
esecutivo, tribunali. Simbolo di eguaglianza, l'assemblea plenaria
di tutti i cittadini liberi si riunisce in piazza, pi facilmente
che non possa farlo l'assemblea di un regno, e vota per
acclamazione la guerra, la pace, le leggi fondamentali. Vero  che
le difficolt aumentano a misura che il comune si ingrandisce. Le
convocazioni plenarie diventeranno dunque sempre pi rare, sempre
meno efficaci.
   Aumenter invece l'importanza dei consigli maggiori e minori,
piccoli senati che si riuniscono periodicamente a deliberare sotto
le arcate dei palazzi comunali o in grandi aule chiuse. [...]
Mentre l'assemblea plenaria  esposta ai tumulti e alle
intimidazioni, i consigli sono protetti dalla segretezza delle
sedute, e presto si voter per scrutinio segreto, con fave o palle
di vario colore.
   Almeno agli inizi, anche il potere esecutivo supremo  per lo
pi affidato a un collegio. In seguito, fuori d'Italia, la maggior
parte dei collegi si sceglier un presidente o maggiore (maire,
mayor, Burgmeister) espresso generalmente dal loro stesso gruppo
sociale. Anche alcune citt italiane di origine bizantina hanno
presidenti, ma di altra specie: si tratta di antichi funzionari
del governo imperiale le cui cariche, divenute elettive, hanno
perduto la loro primitiva autorit:  questo il caso illustre del
duca o doge di Venezia.
   Invece, nelle citt lombarde, nessuno  al di sopra del
collegio dei consoli. Il loro titolo rievoca gloriose memorie
romane, ma in realt trae origine dalla parola consigliere. I
consoli, in numero variabile da due a pi di venti, sono in
generale eletti per un anno e non immediatamente rieleggibili.
Ciascuno di loro dispone di tutti i poteri civili, militari,
finanziari e giudiziari. Questo aspetto della carica, temporanea e
insieme pluralistica,  volto a impedire il trasformarsi del
magistrato in tiranno, e anche a disseminare al massimo le
possibilit di guadagno privato che la direzione degli affari
pubblici potrebbe offrirgli. Altre precauzioni ancora sembreranno
presto necessarie: i consoli appena lasciato il loro ufficio,
dovranno rendere pubblicamente conto della loro amministrazione.
   I primi governi municipali si insediano un po' prima della fine
del secolo undicesimo nelle citt lombarde e toscane pi precoci,
e anche pi addietro nelle citt italo-bizantine. Non costituirono
allora, n poi, quell'et dell'oro che scrittori nostalgici di
secoli successivi (da Dante al Carducci) andarono fantasticando,
ma nemmeno furono quei regimi arbitrari e oppressivi che qualche
storico recente ha creduto riconoscere in loro. Se li paragoniamo
a qualunque altra forma di governo anteriore alle grandi
rivoluzioni americana e francese, i comuni ci colpiscono come gli
Stati che offrirono al massimo numero di cittadini l'occasione di
partecipare in un modo o nell'altro alla gestione dei pubblici
affari. In confronto coi governi monarchici dell'et loro,
meriterebbero addirittura di essere celebrati come esempi di
democrazia progressiva. Certo, la pubblica piazza, sede
dell'assemblea plenaria, non fu il luogo ideale per l'espressione
indisturbata dell'opinione pubblica, ma offr una tribuna a
chiunque avesse fiato e coraggio; le assemblee monarchiche, quando
pure venivano convocate, avevano posto soltanto per gli invitati.
Se i consiglieri e i supremi magistrati dei comuni non venivano
eletti secondo i metodi del sistema rappresentativo moderno,
rispecchiavano per l'insieme dei cittadini pi fedelmente dei
pochi membri eletti che furono ammessi a far parte dei
parlamenti inglese e francese nell'autunno del Medioevo. [...].
   La pace  sempre preferibile alla guerra, ma le lotte sono
anche un segno di vitalit.
   In ogni comune i cittadini si erano finalmente risvegliati ai
problemi politici che li riguardavano. Col dividersi in partiti  -
per solito, due partiti in ogni citt - aprirono un dibattito
esasperante, ma indispensabile per lo sviluppo della democrazia:
dibattito che in un certo senso precorre il duello incessante tra
conservatori e liberali (o socialisti), clericali e laici,
repubblicani e democratici, che caratterizza la vita
parlamentare moderna. E anche sul piano internazionale (o pi
precisamente intercittadino), la formazione di alleanze rivali
non escludeva gli sforzi per mantenere l'equilibrio delle potenze
o per superarsi a vicenda senza ricorrere alla guerra.
   Disgraziatamente, per, ai comuni italiani mancavano
l'esperienza e l'autodisciplina necessarie per ridurre al minimo
le scosse provocate da questa altalena politica. Ogni casa ha la
sua torre, scrive un rabbino a proposito di Genova, e quando si
accende la lotta, i terrazzi al sommo delle torri diventavano
campi di battaglia. [...].
   Con vecchi nomi o con nuove etichette  -  non pi guelfi e
ghibellini, ma neri e bianchi, Capuleti e Montecchi [due famiglie
veronesi rivali, divenute celebri in Giulietta e Romeo di
Shakespeare] -  i dissensi rinascono sempre. C' sempre una citt
vicina, e quindi nemica, pronta ad accogliere gli sbandati, a
preparare con loro la rivincita dell'ultima battaglia data e
perduta per il controllo di una strada, il possesso di una
miniera, il controllo di un mercato. E poich le rivalit
mercantili e industriali sono ancor pi profonde delle passioni di
parte, non di rado avviene che il cambiamento della fazione
dominante in un comune provochi un cambiamento in senso inverso
nei comuni contigui: se Bologna si fa guelfa, Modena diventer
ghibellina. L'essenziale  che le ostilit proseguano.
   In tale baraonda le maggiori citt italiane sopraffanno le pi
piccole e in ogni citt si fanno avanti uomini nuovi. La
situazione sarebbe drammatica per i vinti se l'espansione
economica non offrisse anche a loro qualche compenso. Nonostante
l'umiliazione patita nel vedersi superare da nuovi ricchi o nuovi
immigrati, i membri delle antiche famiglie decadute possono
rifarsi una fortuna nella propria citt oppure, se i ricordi sono
troppo amari, in un comune vicino. Le citt vinte, anche se
irrimediabilmente superate da una concorrente pi forte e pi
ricca, trovano modo di accrescere la propria ricchezza, sia pur
pi lentamente, sfruttando quei rami del commercio e
dell'industria che la loro vincitrice non monopolizza.
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